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In questi giorni è possibile visitare al museo MACC di Calasetta e in due gallerie di Cagliari, Spazio (In)visibile e Spazio e Movimento, la mostra antologica “Gaetano Brundu mite rivoluzionario” curata da Efisio Carbone e Simona Campus. Gaetano è stato uno dei più coraggiosi protagonisti dello “svecchiamento” dell’arte – e della cultura artistica in generale – nell’isola, a partire dagli anni ’50, cioè da quando inizia a proporre al pubblico un suo personale modo di intendere la pittura che fonde Informale, coltissima cultura letteraria, e provocazione di stampo neoDada. Gaetano è anche stato professore mio e di Enrico Corte al Liceo artistico di Cagliari negli anni 1978-1980; il nostro rapporto, però, trascese la semplice relazione docente-allievi per sconfinare da subito nell’amicizia personale, con frequentazioni quasi continue e scambi di idee, informazioni, consigli: un rapporto che è durato fino quando io e Enrico ci siamo trasferiti a Roma nei primi anni ’90.
Enrico ha scritto un testo per celebrare il valore artistico e umano di un amico che fin da quando avevamo quindici e sedici anni, e lui ben oltre la quarantina, si è sempre rapportato a noi sullo stesso piano. In realtà, più che un semplice testo si tratta di un saggio piuttosto elaborato: non di tipo critico ma “emozionale”, in cui però un certo eccesso di emotività viene stemperato da una forte dose di ironia. Il saggio va oltre la figura di Gaetano per parlare a fondo dei tempi in cui lui ha vissuto e dell’ambiente in cui operava, perché Enrico ha ritenuto necessario rievocare la figura dell’amico e insegnante attraverso lo sguardo di se stesso adolescente – e quindi dedicando molto spazio a tutto il contesto sociale del liceo artistico in cui io e Enrico incontrammo Gaetano e iniziammo a conoscerlo. Ma lo scritto di Enrico contiene anche alcune interessanti idee per una possibile iniziativa futura: una mostra sull’arte fotografica di Gaetano. Infatti Enrico ha inserito nel testo parecchie foto di quegli anni: alcune scattate da lui, e altre, inedite al pubblico, scattate da Gaetano. Soprattutto queste ultime sono da considerarsi per molti aspetti materiale prezioso.

Potete leggere lo scritto di Enrico qui sotto, oppure scaricarlo in pdf.

Andrea Nurcis

  Luglio 2019

 

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Enrico per un amico
[tempo di lettura: tutta la vita]

 

Oh ciao, Gaetano.
Passavo di qui, e ho pensato una cosa.
Ho pensato che potrei “salire in cattedra” e mettermi a parlare della tua pittura, della tua grafica; conosco bene il tuo lavoro – ma non è il mio compito, oggi, fare il critico. Potrei anche narrare di cose che nemmeno conosco bene, come nessuno di noi conosce o può persino immaginare cosa volesse dire operare nell’arretrato ambiente artistico isolano degli anni ’50 & ’60 per un ventenne come te che proponeva l’Informale & i Cantos di Ezra Pound & la merdra di Jarry a un pubblico del tutto impreparato, suscitando reazioni violente, insulti e sputi – e intendo letteralmente sputi su di te, Gaetano: altro che vaniloqui su premi premini premiuzzi & riconoscimenti ufficiali vari, statali/regionali/comunali/condominiali, di cui gli artisti di oggi sono ghiotti & fieri.

Ma, appunto, non è un testo critico, questo mio. Emergono riflessioni di altro tipo, e qualche idea per il futuro. È giusto dirle, è tempo di farlo.

Alcune cose di te ho pudore non tanto a ricordarle, ma a raccontarle; e quindi non le racconterò. Altre, ho piacere a condividerle, soprattutto con chi non ti ha conosciuto. Vediamo se riesco a inscatolarti in formato social – una cosa di cui tu non avresti mai sospettato l’esistenza.

Come in tutte le narrazioni che emergano dal buio della rimembranza, che progressivamente appaiano per sberluccichìi sfarfallanti e incerti su un metaforico schermo opaco della coscienza del passato, è innanzitutto utile descrivere il contesto in cui un personaggio è collocato. L’alone dei ricordi che ti riguardano scaturisce quindi dall’ambiente in cui ti conobbi negli anni ‘70, e che tu in parte contribuisti a modellare: il liceo artistico di via S. Giuseppe in cui insegnavi. Un ex convento ristrutturato ma rispettoso della strampalata e labirintica struttura architettonica originale: questo spazio quasi onirico (ancora ricorrente nei miei sogni notturni) su cui ho già scritto in altre occasioni, in prevalenza con aule enormi senza muri divisori in cui si svolgevano diverse lezioni contemporaneamente, con separazioni fatte da armadi di metallo, e popolate di fricchettoni di ogni tipo & genere che manifestavano la loro creatività quotidiana con l’abbigliamento variopinto e il fantasioso taglio di capelli, e che andavano e venivano, fumavano, chiacchieravano, suonavano e cantavano prima durante e dopo le lezioni.

Tra noi studenti in quegli anni regnava una sorta di controllata anarchia, di provocazione (cioè di rivoluzione) permanente, per niente paragonabile al modo di vivere e intendere la didattica di qualsiasi altro istituto cittadino. Per dire: c’era chi, invece di stare in classe a disegnare bottiglie al cavalletto, prendeva direttamente una bottiglia in vetro, la riempiva di colore liquido e la faceva cadere da uno dei piani superiori su un rotolo di carta steso all’interno del cortile, per stimolare un tipo di creatività più dinamico. E c’era chi decideva di fare una “inversione concettuale” e, invece di dipingere sul foglio le bottiglie disposte su un tavolo usando i pennelli, metteva in posa i pennelli sul tavolo e si metteva a dipingere con le bottiglie. C’era anche chi si stufava di avere a che fare con bottiglie e calchi in gesso dell’età classica e decideva di passare a qualcosa di più intraprendente: uno studente, dopo aver trovato per strada una confezione di grive persa da qualcuno – sapete, quelle confezioni di tordi spennati e decapitati e pronti a essere cucinati al forno che, almeno un tempo, si compravano al supermercato – portò a scuola il pacchetto, tolse le grive dal cellophane e le crocefisse ai muri delle aule al posto del povero Gesù, anticipando di più di dieci anni la (finta) ranocchia messa in croce da Martin Kippenberger. L’installazione di grive crocefisse rimase in vista per qualche tempo, almeno finché la putrefazione dei cadaverini non spinse un caritatevole bidello a rimuovere il tutto.

Ogni mattina, varcando la soglia del liceo, si aveva l’impressione che l’immaginazione prendesse il potere sulla realtà. Gli happenings improvvisati erano frequenti. Il primo mi accolse da subito, con l’occupazione della scuola nel pieno del Movimento del ’77; e dal momento che io sono entrato al liceo a tredici anni, il mio ingresso ha sancito al tempo stesso, e con grande rapidità, l’uscita dall’infanzia e l’accesso a un mondo assai diverso – un mondo in cui mi trovavo molto a mio agio.

Ma un happening artistico poteva e doveva avere anche un carattere fulmineo, senza troppi calcoli e progetti, basato sulla logica dell’imprevisto, dell’alea e della serendipità (John Cage era il nume tutelare di molti). Per esempio: adiacente al cortile interno della scuola, al piano terra, c’era l’aula proiezioni dove di solito si svolgevano le lezioni di storia dell’arte perché le finestre, che davano tutte sul cortile, si potevano oscurare con tendaggi e quindi favorire la proiezione di diapositive o filmati. Una volta un paio di compagni videro un terzo studente, diciamo particolarmente propenso a subire gli scherzi, attraversare il cortile; in due secondi lo presero e lo gettarono di peso da una finestra semiaperta all’interno dell’aula proiezioni in cui appunto si mostravano diapositive sul Rinascimento. L’insegnante andò su tutte le furie, minacciando sospensioni, perché nel mezzo della lezione si era visto questo sfigato che volava dentro sbucando dal nulla e atterrava al centro dell’aula con un tonfo. “Professoressa, io non ho colpa, mi hanno buttato!”

Happening era tutto ciò che stimolasse fantasia e improvvisazione, e io da parte mia non ero da meno. Un giorno scoprii due cose: che nel magazzino degli attrezzi della scuola c’era una scala a pioli di metallo altissima, e che su un’arcata del cortile, molto in alto, qualcuno tempo prima aveva piantato un chiodino. Misi assieme le due scoperte e, dopo aver preparato un fantoccio dalle sembianze umane di tela di sacco imbottita, usando la scala in un momento in cui nel cortile non c‘era nessuno riuscii a “impiccare” con un cappio il fantoccio al chiodo. La “scultura” dava proprio l’idea di un corpo racchiuso dento un sacco di iuta, a grandezza naturale, appeso per il collo con la classica corda a nodo scorsoio. La macabra installazione inquietava studenti e professori – e i bidelli si disperarono per giorni perché non riuscivano ad arrivare così in alto da rimuovere il pupazzo, dal momento che avevo nascosto la scala a pioli dietro una colonna in un angolo della scuola dove nessuno guardava mai. Un’altra volta stavo esprimendo la mia gioia di vivere danzando in cima alla ringhiera delle scale – che sarà stata dell’Ottocento – all’ultimo piano, davanti a dei compagni di classe. In virtù del mio fantastico senso dell’equilibrio, volteggiavo sulle Clarks tenendomi solo con una mano a un’asta che collegava la ringhiera al soffitto (la struttura era piuttosto traballante, in realtà). Sotto di me c’erano le rampe fino al piano terra. Si sente un urlo provenire dal basso: “MA COSA SEI, PAZZO?!?”. Era una bidella che mi aveva visto danzare senza apprezzare il mio talento. Saltai sul pianerottolo e, con gli altri compagni, tornai subito in classe. Poi venimmo a sapere che la notizia della mia danza foriera di sciagure si era propagata, ingigantita, era arrivata alle orecchie del preside e adesso i bidelli stavano setacciando tutte le classi alla ricerca di “un ragazzo col maglione blu a collo alto e i capelli lunghi”. Vista la moltitudine delle classi, il raid si era fermato ai piani inferiori risparmiando la mia classe all’ultimo piano, ma i bidelli avevano adottato una tattica migliore: aspettare tutti gli studenti all’uscita dopo l’ultima ora di lezione, per pizzicare il birbante. Ci fu una gara tra tutti i compagni per fornirmi capi di vestiario atti a camuffarmi: alla fine avevo un enorme berretto che mi nascondeva la chioma facendomi sembrare coi capelli corti, un paio di occhiali con le lenti scure di due misure più grandi che mi nascondevano il volto e rischiavano di cadermi dal naso a ogni passo, e ovviamente un maglione di un altro colore. E così, all’uscita di scuola, assieme a tutti gli altri, passai davanti all’intero corpo bidelli schierato in riga assieme al preside con aria truce e indagatoria, senza essere identificato. Pochi passi dietro a me c’era uno studente di un’altra classe che quella mattina ebbe la malaugurata idea di mettersi un maglione blu, e così, mentre attraversava l’atrio, già pregustando il pranzetto che l’attendeva a casa, fu bloccato dai bidelli che lo afferrarono per le braccia, le spalle, il collo: “è lui, è lui!! Ehi tu, vieni un po’ QUI!”, e lui rimase sconvolto e tremante, e senza capire cosa gli stesse capitando.

L’happening migliore avvenne comunque un giorno in cui qualcuno telefonò alla segreteria del liceo dicendo che c’era una bomba, e così quella mattina l’edificio venne scandagliato dagli artificieri e noi ce ne andammo tutti al mare.

Gaetano Brundu fotografato da Enrico Corte nel 1979
Gaetano Brundu fotografato in classe da Enrico Corte. Liceo artistico di Cagliari, 1979.

 

Le lezioni non seguivano un programma preciso: certamente si disegnava molto sotto l’occhio attento di valenti insegnanti; si facevano copie dal vero, si studiava disegno architettonico, storia dell’arte, italiano, matematica, scienze e tutte le altre materie, ma qualche studente, a lezione, poteva anche, che so, organizzare performances di danza, mentre altri mettevano in scena spettacolini teatrali o concerti. Studenti maschi e femmine tendevano a confondersi nel loro vestiario: qualche ragazzo vestiva con tutine rosa confetto e foulard di paillettes, altr* si adornavano con piume colorate, altr* ancora riuscivano a trasformare gli stracci comprati al mercatino dell’usato in “mise” tra glam e punk da far invidia alle più appariscenti star del rock dell’epoca. Nascevano “mode” comportamentali del tipo: quando tra studenti maschi la mattina ci si incontrava all’ingresso del liceo, come prima cosa ci si scoccava un bacio in bocca, per provocazione davanti al mondo, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale. Alcuni ragazzi eterosessuali si dichiaravano omosessuali in classe, nell’indifferenza di tutti. In generale, le differenze di genere erano considerate il primo fondamento da abbattere in una società da riformare alla radice. (Be’, dovrei scrivere un capitolo a parte su i più lunari & lisergici & rivoluzionari tra i miei compagn* di scuola tra il ’76 e il 1980 – unificati da una aspirazione comune: spingere al limite la loro fissazione personale – ma preferisco che si ricordino come i personaggi di una meravigliosa favola e non di un trattato sociologico). Una mattina ricevemmo la visita di una delegazione di studenti del liceo classico che fece un giro per tutte le classi, per una sorta di strambo “programma relazionale” che certi docenti volevano fare tra vari istituti: gli studenti del classico rimasero scioccati e disgustati da ciò che videro, e non ce lo nascosero, e noi, come scambio di cortesie, al momento della loro uscita dall’edificio gettammo un bel gavettone d’acqua zozza dalla finestra del secondo piano sulle loro testoline schifiltose. Au revoir, fighetti. Da notare che la presa di coscienza della nostra alienità fu reciproca, per esempio in seguito a quella volta che alcuni di noi si recarono all’interno di altri licei, come lo scientifico, per fare volantinaggio, e tornarono con narrazioni stupefatte: quegli studenti stavano tutti seduti nei banchi in file regolari, a due a due, con la schiena dritta, rigidi, immobili, seri, coi capelli impomatati, la piega ai pantaloni, le gonne plissettate, ad ascoltare le lezioni, uahahahahah!

La provocazione ERA arte, e per creare il nuovo bisognava distruggere: questo è il succo di quegli anni. Non era ciò che veniva insegnato al liceo: era un concetto nell’aria, fuori e dentro il liceo. Un giorno nelle classi vennero distribuiti agli studenti una serie di moduli prestampati con domande personali a cui rispondere, tipo quale fosse il mestiere esercitato da nostro padre (delle madri non c’era menzione, evidentemente si riteneva scontato che fossero tutte casalinghe e non “lavorassero”), quanto guadagnasse e altre cazzate simili. Era per un censimento del Ministero della pubblica istruzione. Tale intrusione nel nostro privato, peraltro venata da evidente maschilismo, ci sembrò talmente ridicola che riempimmo i moduli con risposte assurde, indisponenti, offensive, tipo che i nostri padri facevano i papponi, i magnaccia o roba del genere, infarcendo le altre risposte con vari riferimenti all’incesto, all’alcolismo, alla tossicodipendenza, alle malattie veneree, al terrorismo, ecc., e distruggendo così ogni ideologia sulla famiglia. Il materiale venne inviato al Ministero, che rimandò tutto indietro direttamente all’ufficio del preside, il quale andò su tutte le furie e entrò in classe urlando, brandendo e sventolando il mazzo di fogli in una mano con cipiglio intimidatorio, con nostra somma ilarità. Venne fuori che il nostro liceo artistico era stato l’unico tra tutti ad aver inscenato una tale presa per il culo delle istituzioni. Tutti gli altri avevano consegnato i moduletti compilati a puntino, pronti ad essere schedati dagli antropologi ministeriali.

Per quel che mi ricordo, ogni giorno era un film comico, in quel liceo. “Una risata vi seppellirà” era uno slogan noto/nato in quegli anni. Eppure non era un luogo dove si favorisse lo svacco e l’ignoranza, tutt’altro: da noi erano ospitate lezioni di diversi docenti universitari di storia dell’arte, di storia del teatro; si proiettavano film d’arte, si svolgevano corsi su Carmelo Bene e l’avanguardia teatrale del tempo, si organizzavano lezioni e concerti gratuiti dei migliori jazzisti italiani di passaggio a Cagliari, e lo stesso avveniva con gli artisti visivi “del “continente”. Il range della curiosità e delle conoscenze culturali degli student* dell’artistico era maggiore che in student* di altri istituti: ciò mi era evidente ogni volta che incontravo qualcun* di questi ultimi. Questa situazione era possibile perché un certo numero di docenti – e tu, Gaetano, eri un perfetto rappresentante del gruppo – proveniva da quell’esperienza di forte messa in discussione di consuetudini didattiche ormai stantie che partiva del Sessantotto, dall’impegno politico e sociale, dal femminismo, dalle lotte per i diritti civili, per arrivare fino alla “Avanguardia di massa” del movimento del ’77 (il testo omonimo del critico d’arte Maurizio Calvesi è del 1978, peraltro da subito presente nella biblioteca del liceo). Si faceva insegnamento in modo diverso, ma era quasi sempre grande insegnamento.

La biblioteca del liceo. Spazio fatato in cui andavo spesso, fornitissimo di testi critici e monografie di lusso che non avrei mai potuto sfogliare altrimenti. Quel luogo è stato più importante per me di tutte le visite agli Uffizi e ai Musei vaticani fatte da bambino con mio padre. C’era di tutto, anche testi recentissimi sull’arte contemporanea. Posso dire con precisione quando fu quella mattina di primavera del 1977 in cui entrai in biblioteca perché non avevo altro da fare e, dopo aver preso quasi a caso quei testi che mi stimolavano la fantasia per titolo o copertina, uscii un’ora dopo – ed ero una persona diversa. Avevo trovato me stesso, avevo messo a fuoco la mia strada per sempre.

E allora. In questo contesto didattico, su cui ho indugiato a lungo – perché ben pochi oggi riescono a immaginare quei tempi – tu, Gaetano, svolgevi il tuo lavoro, e lì ti conobbi. Come docente ci lasciavi piena libertà di sperimentare; ci parlavi sì di alcuni rudimenti base della pittura o del disegno, o della teoria dei colori, ma per il resto osservavi le nostre attitudini. E quando individuavi qualche studente o studentessa particolarmente dotata cercavi di stimolarne la creatività anche aiutandolo a pubblicare i suoi disegni, per esempio su Rinascita, la rivista del PCI. Sapevi bene, Gaetano, che l’arte non si può “insegnare”, almeno non più di tanto, e che, nonostante tutti gli sforzi possibili, nella nostra società solo un’infima minoranza di allievi sarebbe riuscita a intraprendere nella vita non dico la professione dell’artista, ma qualsiasi mestiere un minimo creativo.

La rimembranza di te diffonde il suo alone crescente con progressive orbite pulsanti, palpitanti, meno tremolanti e sempre più stabili, che si spandono innanzi a noi con ritmo più regolare e chiaro; e adesso si rischiarano altre scene, si illuminano altri ambienti e zone della città di un tempo: lo studio di Castello in cui ti ritiravi a lavorare, quel piano alto che svettava su via Santa Croce e che condividevi con altri intellettuali come lo storico Bruno Anatra e il giornalista e critico musicale Alberto Rodriguez, col suo quieto disordine di tele, disegni, foto, riviste, cataloghi e souvenir vari dei tuoi viaggi, e con una vista stupenda sulla città vecchia. Io e Andrea venivamo sempre più spesso a visitarti in studio, anche senza avvisare, ed eravamo sempre i benvenuti – ma il vero attestato d’amicizia, per te, non era ospitare i giovani nel tuo spazio di lavoro quanto aprirci le porte, come successe qualche volta, della tua abitazione privata: in quel piccolo palazzetto storico di via Alghero 66 in cui non facevi mai entrare nessuno, forse per timidezza nel mostrare al mondo il lato più eccessivo, meno contenuto, della tua creatività, che qui, al riparo da sguardi indelicati, invadeva l’appartamento in modo più plateale e scenografico di come apparisse nel tuo stesso studio, sulle pareti affrescate da te con liberi motivi astratti di onde, linee sensuali, campiture piene di colore acceso, e il tuo caratteristico, ricorrente, fallico “tag” del baffo.

Lo studio di Gaetano Brundu nel 1979. Foto di Enrico Corte
Un angolo dello studio di Gaetano Brundu in via Santa Croce a Cagliari, fotografato da Enrico Corte nel 1979. Sulla sinistra si nota una “prova di installazione” dei foglietti bianchi appesi a fili, che in seguito diventeranno un “marchio di fabbrica” di Brundu. La prima istallazione ufficiale dei foglietti sarà presentata al pubblico l’anno successivo.

 

Poi c’erano le mostre, gli eventi culturali, i convegni, le presentazioni di libri e i concerti in cui ti si incontrava. E poi le serate nella galleria di Angela Migliavacca, in cui a te e a Tonino Casula piaceva attardarsi ben dopo la chiusura (Tonino aveva le chiavi), con una bottiglia di vino, a parlare tra di voi e progettare nuove imprese. E allora, visto che io e Andrea NON passavamo le serate a guardare la tv, prendemmo l’abitudine di unirci a voi due in quelle notti, con vostra grande gioia nel constatare che almeno un paio di giovani interessati seriamente all’arte ci fossero. Si stava assieme noi quattro a parlare per ore, a scambiare informazioni, a confrontare i nostri diversi punti di vista che potevano essere anche assai divergenti, per l’inevitabile salto generazionale che esisteva – ma di questo voi vi rallegravate perché, per vostra stessa ammissione, era uno scandalo che dopo così tanti anni Brundu e Casula fossero ancora considerati i “giovani artisti” della città, e poi ci fosse il nulla.

Mi spingo fino a dire che non è stata importante tanto la sua pittura o la tua attività come didatta quanto la sua influenza culturale, la sua sommessa, delicata ma costante capacità di aggregazione di energie, o G. Br. (come ti firmavi quando pubblicavi qualche articolo sulla pagina culturale de L’Unione). In altre occasioni ti ho definito “l’eminenza grigia” dietro gran parte degli eventi artistici di quegli anni, ed era vero: eri tu a diffondere le informazioni più preziose, a presentare le persone, a dare le indicazioni e i suggerimenti per mostre a cui partecipare, spazi espositivi in cui proporre progetti, spazi radiofonici in cui presentare idee, concerti a cui assistere, film da vedere. Eri un punto di riferimento morale all’interno di una rete estesa di intellettuali di sinistra (quando il termine indicava ancora qualcosa di concreto) ben oltre la sfera dell’arte visiva, che andava da Piera Mossa, regista radiofonica di Radio 3 Rai, a Silvano Tagliagambe, filosofo e docente universitario a Cagliari; da Annamaria Janin, critica d’arte, a Guido Pegna, fisico e costruttore di strumenti musicali elettronici – e altri ancora. È stato grazie a questa tua attitudine, a questa generosità, a questi tuoi link, che io stesso ho potuto muovere i primi passi importanti nel mondo dell’arte, e anche nella musica e nella radiofonia professionale. Non eri artista che pensasse di affermarsi a scapito di altri. La tua unica, incrollabile fede, oltre a quella del comunismo, era il valore della cultura condivisa equamente con la collettività. E quando tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 facesti lo switch dalla pittura appesa al muro alle installazioni ambientali di foglietti bianchi da spostare a piacimento, intendevi proprio questo: creare uno spazio neutro e minimale in cui le persone potessero incontrarsi e interagire in modo più democratico, libero e consapevole di se stesse rispetto alla semplice fruizione passiva di un quadro alla parete. Uno spazio che potesse accogliere, nel suo abbraccio scenografico, il concerto di musica contemporanea, l’assemblea politica, l’attimo dell’innamoramento tra due giovani, il momento di meditazione zen.

Lo switch verso l’arte digitale – o perlomeno la sperimentazione con i mezzi grafici offerti dalla tecnologia del computer – lo facemmo insieme, all’inizio degli anni Ottanta, quando la sede regionale Rai affidò l’incarico a te, me, Andrea Nurcis e altri artisti di realizzare una serie di scenografie virtuali per la trasmissione televisiva Maestrale. Fu proprio Andrea a indicare al regista Mauro Schirru lo studio grafico di Cagliari che aveva la migliore attrezzatura, cioè i computer più potenti e i software grafici più avanzati, per realizzare le tavole grafiche. L’esperienza era una cosa di grande interesse a livello nazionale; ben pochi artisti si erano cimentati con i nuovi linguaggi digitali con una tale disponibilità di mezzi. Le tavole grafiche create dagli artisti furono usate come sfondi scenografici sui quali venivano sovrapposte in chroma key le figure scontornate dei vari ospiti delle puntate di Maestrale durante le loro interviste. Mi fu evidente da subito che le immagini da te prodotte al computer erano le migliori di tutte quelle degli altri artisti; e che tu, oltre ad avere una naturale predisposizione la sperimentazione, essendo abituato a guardare sempre al futuro ti trovavi a perfetto agio nelle nuove tecnologie a disposizione dell’arte.

Un giorno te lo dissi pure: “Gaetano, i tuoi lavori al computer sono i migliori tra quelli fatti da tutti noi”. E allora ti vidi impercettibilmente fremere di gioia, e arrossire.
Perché la vita, diciamolo chiaro, è stata avara di gratificazioni nei confronti tuoi e del tuo lavoro.

(Ormai ho sguinzagliato il “coccodrillo”, e non mi fermo più). Eri timido, modesto, onesto, stringato nei discorsi senza mai dilungarsi in chiacchere inutili, perseverante con grande forza di carattere nelle imprese in cui credevi. Insegnavi senza “pretendere” di insegnare, nel normale scorrere del tuo quotidiano, in modo fluido, garbato e inconsapevole, come quando passeggiavi con noi col tuo passo balzellante che, come Andrea Nurcis ha detto e scritto in altre occasioni, ci ricordava l’andamento e i groove di quel jazz che tu tanto amavi, la cosiddetta tecnica del comping: il dialogo fitto tra l’ostinato del piatto e il controtempo diviso tra rullante e cassa; e poteva capitare che io, te e Andrea ci incontrassimo al tuo studio in Castello un pomeriggio, per poi uscire e avviarci verso il centro; e così, mentre noi tre si attraversava quella lieve pendenza tra via Santa Croce e via Università parlando di Alta Cultura, sotto le ieratiche ombre della Torre dell’Elefante e della Chiesa di S. Giuseppe, capitava che tu cadessi, o Gaetano, cadessi all’improvviso scivolando sull’asfalto sbriciolato e piombassi a corpo morto – rra-TASH! – sul tuo stesso deretano. E anche questo, con te, era jazz: a very short snare roll w/ cymbal crash at end, come dicono gli esperti… Ma poi prontamente ti alzavi, mio Gaetano, e riprendevi il tuo shuffle, riprendevi a camminare a scatti e balzelli, swingante come sempre; e mentre noi soffocavamo le risate tu bofonchiavi con finta nonchalance dei suoni indefiniti, come un motivetto scat – bof bof bof – per camuffare il tuo imbarazzo, e ci insegnavi appunto la più ovvia ma non per questo meno fondamentale Lezione della Vita: che dopo ogni caduta occorre sempre rialzarsi… & meglio se a suon di musica.

Sempre parco, in apparenza, di giudizi di ogni sorta nei confronti miei e di Andrea, venivi a vedere le nostre mostre per poi esprimerti con noi in termini di nonchalance, silenziosamente e solo a gesti svagati, distratti, atteggiando bocca e mento nell’espressione di moderata approvazione, guardando altrove e muovendo leggermente testa e collo in avanti, come a dire: mh mh, bien bien. Ma poi venivamo a sapere da altri il tuo giudizio su di noi in modo più chiaro e diretto, come quando in occasione della mia mostra personale alla Galleria comunale andasti a dire a una comune conoscente: “è un artista di enorme talento, vai a vedere la sua mostra perché è di livello nazionale”, oppure quando Vincenza Ibba, una collezionista e comune amica, disse a me e Andrea: “Gaetano per voi stravede. Mi ha detto che siete stati i suoi migliori studenti in assoluto, né prima né dopo ne ha avuto altri al vostro livello”.

E quella volta che ci incontrammo da qualche parte e io, arrivando alle tue spalle, ti salutai (affettuosamente) con un calcio nel sedere… e tu, girandoti e vedendomi – eravamo in pubblico – mi dicesti, flemmatico, dandystico, ma con vaga irritazione & malcelata sopportazione: “guarda che te lo ridò, non sono mica Gesù Cristo”.

Gaet’amo! Alle volte l’amicizia si esprime anche a calci in culo, sai…

Enrico Corte, Andrea Nurcis e Paolo calia fotografati da Gaetano Brundu nel 1983
Il fotografo, pittore, performer e scenografo Paolo Calia fotografato da Gaetano Brundu in compagnia di Enrico Corte e Andrea Nurcis alla Galleria comunale di Cagliari nel 1983. Sullo sfondo, le opere della mostra personale di Primo Pantoli in corso in quel periodo.

 

Eppure non sono sempre stati buoni i rapporti tra di noi, o Gae. Perché non lo furono sempre?? Non per le battute, le caricature e le prese in giro che ci facevamo a vicenda tra un discorso culturale e l’altro, né per le pedate affettuose. Ma perché… perché… perché i sardi si scazzano facilmente, irrazionalmente. Di sicuro per divergenze di vedute sull’arte. Perché tra di noi il gap generazionale c’era, e si faceva sentire sempre più con lo scorrere del tempo. Perché e così che succede, che è giusto che succeda, quando la personalità dei giovani artisti diventa forte e pretende autonomia nei confronti delle generazioni precedenti. Per cui la colpa fu nostra, non tua. Non litigammo mai, Gaetano, ma ci fu un periodo in cui noi si preferiva evitarti, e tu, delicatamente, evitavi noi pur continuando a stimarci. Questo generò ulteriori malintesi, che non c’era modo di chiarire perché non ci si frequentava più con la scioltezza di prima. Eppure era impossibile non incontrarsi nelle varie occasioni culturali e sociali che una piccola città può offrire. Alla fine capimmo l’ennesima lezione da te involontariamente impartita: che il flusso della vita può spezzare anche le più piacevoli consuetudini, fino ad allontanarci dagli amici, e che ciò è necessario per trovare la propria strada nel mondo.

Ugo Ugo con Enrico Corte all'inaugurazione della mostra personale di Gaetano Brundu alla galleria comunale di Cagliari, 1983. Foto di Gaetano Brundu
Ugo Ugo, Enrico Corte e Enrico Pau (nascosto da un foglietto) all’inaugurazione della mostra personale di Gaetano Brundu alla Galleria comunale di Cagliari nel 1983. Foto di Gaetano Brundu.

 

(Rewind al 1980). Caratteristica & accessorio ricorrente della tua persona, della tua maschera sociale, oltre agli irremovibili occhiali (ma io riuscii a fotografarti senza!), poteva essere il borsone di pelle nera che ti portavi dietro col quale ti vedevamo sempre arrivare a lezione al liceo. Ci chiedevamo cosa ci fosse all’interno di quell’enorme borsone: libri, forse, ma non solo; la macchina fotografica molto probabilmente, ma poi? Cos’altro? Riviste pornografiche?? Era grande, quel borsone; non è che per caso per paura dei ladri ti portavi dietro tutti gli oggetti di valore di casa, o Gaetano? Ad ogni modo, ti si vedeva sempre arrivare puntuale a lezione col passo lento e balzellante e poi, come prima cosa, tu appoggiavi il borsone su un tavolo dell’aula. E fu così che, avendo notato questa tua routine, una mattina ci venne voglia di farti uno scherzo, visto che per quanto tu fossi un professore non incutevi alcuna soggezione e ti consideravamo uno di noi – e tra di noi ci facevamo SEMPRE scherzi. Io, Andrea e qualche altro studente, prima del tuo arrivo a lezione, prendemmo uno di quei grandi tavoli pesantissimi di metallo e laminato plastico che costituivano l’arredamento delle nostre aule e smontammo il ripiano dalle gambe, togliendo tutte le viti, e poi rimettemmo tutto in posizione ma in precario equilibrio, proprio al centro dell’aula, facendo in modo di ingombrare il più possibile tutti gli altri tavoli a disposizione con cappotti, album da disegno, libri o quant’altro. Alla fine di tutta questa messinscena il tavolo da noi manipolato e posto in delicato equilibrio, quasi illuminato da un raggio di luce dorata al centro della stanza, appariva proprio come l’unico spazio libero e utilizzabile su cui appoggiare il fantomatico borsone… ma era tutto programmato perché crollasse con gran fracasso al minimo soffio, figuriamoci sotto il peso della tua borsa, o Gaetano! Borobò-bo-BOOO!! Avrebbe echeggiato per l’intero edificio, quel botto… Così forse saremo riusciti a vedere cosa nascondevi nel borsone. Ho proprio idea che potevi dire addio alla tua bella macchina fotografica contenuta, presumibilmente, lì dentro. Per non parlare del fatto che il ripiano del tavolo poteva pure finirti su un piede, e sarà stato trenta chili, tanto per dire. Beh, in quel caso ti avremmo visto balzellare con più veemenza del solito. Ah, che punk che eravamo… Beh, quando giunse il momento fatidico e ti vedemmo arrivare a lezione, con l’immancabile borsa di pelle, stavamo tutti lì fingendo indifferenza, fischiettando e guardando le nuvolette dalla finestra, ma in realtà trattenendo il respiro, mentre il tavolo da noi predisposto alla tua rovina ti attendeva in bella vista, lindo, sgombro, dicendo “USAMI, USAMI”… Ma era tale la grazia naturale & l’armonia di ogni tuo movimento che tu poggiasti il borsone sul tavolo in perfetto perpendicolo, in modo che il ripiano dondolasse, vacillasse, oscillasse sulle gambe, ma senza crollare; e tu ti accorgesti subito che qualcosa non tornava, & facesti un piccolo scatto del collo sulle spalle in atto di sorpresa per poi, con nonchalance e gran dandismo, spostare il borsone su una sedia lì vicino con la leggiadria che ti contraddistingueva sempre. E così fosti tu, infine, a trionfare, o Maestro, con l’armonia di ogni tuo gesto & innata leggiadria della tua persona tutta; e la Lezione del Giorno, per noi, poteva anche finire lì.

Progettammo altri scherzi sempre più perversi nei tuoi confronti, per esempio distrarti con qualche scusa e, di soppiatto, infilarti nel borsone un po’ di droga o finti volantini delle Brigate rosse, e poi fare un paio di telefonate anonime alla Squadra narcotici o alla Digos, che ti aspettassero all’uscita di scuola… ma poi fummo distolti dal nostro sadismo da cose più importanti, come correre alla Casa del disco a comprare l’ultimo dei Talking Heads. (Ma nessun sadismo da parte degli studenti di allora è paragonabile a quello di oggi, dove i docenti, i titolari di cattedre, sono ormai da tutti designati col nomignolo svilente, buzzurro, scorreggiopeico, di “prof”. Per noi eri semplicemente “Gaetano”, anzi l’unico Gaetano possibile).

Gaetano Brundu fotografato da Enrico Corte, 1980
Gaetano Brundu in un raro momento senza occhiali fotografato “di nascosto” da Enrico Corte. Manifestazione sindacale a Cagliari, 1980.

 

Gaetano Brundu fotografato da Enrico Corte, 1980
Gaetano Brundu si accorge di essere fotografato da Enrico Corte. Manifestazione sindacale a Cagliari, 1980.

 

Però, che peccato fosse andato a monte lo scherzo del tavolo. Ma ciò voleva dire che la tua macchina fotografica era salva! E fu una fortuna, perché è proprio qui il punto che ora mi interessa mettere a fuoco: la tua attività come fotografo. Il tuo essere sempre presente in ogni evento culturale cittadino e la tua necessità di documentarlo tramite la fotografia. L’importante ruolo non solo culturale ma anche sociale, per così dire interrelazionale, che hai avuto con le tue foto, che scattavi in giro con attitudine sommessa e impercettibile e poi ci regalavi – almeno quelle stampe in cui appariva qualcuno di noi. Stampe di qualità, quasi sempre in bianco e nero, oppure a volte diapositive; scatti d’artista senza dubbio, con perfette messe a fuoco, inquadrature composte, eleganti, mai banali; scatti che spesso sono portatori di tutta l’attrattiva dell’improvvisazione, del candid shot, e in cui noi appariamo colti da te alla sprovvista, impreparati a donare al mondo l’eternità del nostro istante; oppure, quando necessario, sapevi anche dirigerci, suggerirci delle pose davanti al tuo obbiettivo, soprattutto se intendevi inserirci nella documentazione del tuo stesso lavoro, come presenze amiche all’interno delle tue installazioni in galleria.

Questa tua attività fotografica l’hai portata avanti da sempre, per cui immagino un archivio di stampe e soprattutto di negativi che documentano un ampio arco di vita culturale cittadina e non solo cittadina, visto che viaggiavi spesso nelle capitali dell’arte europee e non tralasciavi di portare con te, e di mostrarci, le immagini di ciò che colpiva la tua immaginazione. Questo archivio, o semplice raccolta di materiale conservato chissà dove, ancora ignoto ai più, assume oggi un’importanza rilevante. Una rilevanza pari a certe documentazioni filmiche che Tonino Casula realizzava in quegli stessi anni: non è forse grazie a Tonino se oggi possiamo vedere le sequenze di Legarsi alla Montagna, l’installazione di Maria Lai a Ulassai del 1981, quell’unico filmato esistente che il pubblico internazionale ha visto in mostra alla passata edizione della Biennale di Venezia?

E dunque, sono anni che io e Andrea fantastichiamo di organizzare una tua mostra, o Gaetanissimo; non di quadri o di disegni ma di foto – incluse tutte le foto che hai donato a noi personalmente, e in cui appariamo da giovani, da giovanissimi. Una mostra in cui nel complesso vengano selezionate diciamo duecento fotografie che coprano tutto l’arco della tua attività fotografica e documentino eventi, situazioni: una panoramica completa di volti e di “costume” di un’epoca a mio avviso più ribollente e produttiva di quella di oggi – un’epoca passata di una città e dei suoi dintorni che lo scultore toscano Mauro Staccioli una volta ebbe a definire “una piccola Parigi”.

Certo, una simile mostra non si può fare in un giorno, e nemmeno in un mese. Occorre innanzitutto avere accesso alla raccolta del materiale fotografico da te prodotto, e per far questo bisogna rivolgersi ai tuoi eredi. Poi è necessario selezionare dal tuo archivio, che immagino enorme, le immagini ritenute più significative o semplicemente più “belle” da portare in mostra – e per far questo occorre accollarsi l’impegno non solo di esaminare le stampe o le diapositive da te realizzate ma anche di scansionare preventivamente la vasta mole dei negativi, visto che immagino che non da tutti i tuoi scatti tu abbia tratto delle stampe cartacee. Poi occorre far stampare in modo professionale e in dimensioni “da mostra” tutti i negativi ritenuti interessanti, per cui emerge anche il problema economico di una mostra in cui non basterebbe solo esporre stampe già esistenti, ma anche investire una certa somma nella realizzazione di nuove stampe da negativi o slide non stampati in precedenza.

Con questo scritto, con questo saggio emozionale a te dedicato, voglio pubblicare anche alcune foto che tu scattasti e che donasti a me e Andrea, o Gaetanerrimo. Un paio di queste le ho pubblicate in diverse occasioni: per esempio a corredo di un mio articolo su L’Unione. Ma altre quattro sono inedite. Le scattasti in occasione della mostra regionale d’arte figurativa tenutasi nei locali della Fiera di Cagliari nel marzo 1980. Si vede la tua installazione di foglietti bianchi A4 appesi con mollette da bucato a fili tesi tra le pareti, sui quali il pubblico doveva intervenire spostandoli a piacimento e variando così la composizione da te creata (purtroppo, con tuo malcelato disappunto, dovesti constatare che il pubblico fraintendeva del tutto la tua intenzione e usava i foglietti non per variarne la posizione ma per intervenirci con disegni e scritte di vario genere – incluso me, che pur conoscendo bene il tuo progetto non riuscii a esimermi da disegnare su uno dei fogli… la tua caricatura). In un paio di queste foto si vede Andrea Nurcis (che dimostra 15 anni in più) e un altro tuo studente del tempo, Salvo Deiana, che, sotto la tua direzione, improvvisano delle interazioni con i foglietti dell’installazione. In un’altra compaio io stesso, mentre cammino nello spazio espositivo, sullo sfondo dei tuoi foglietti candidi ma già in parte pasticciati dal pubblico. Nella quarta foto siamo presenti io, Andrea e tre tue studentesse mentre ci intratteniamo nei locali della mostra; a destra si vede la tua installazione di foglietti, a sinistra il flipper modificato, il cartello stradale e altri oggetti che costituivano l’opera di un altro artista. Sul retro di ognuna delle quattro foto c’è una didascalia esplicativa scritta di tuo pugno, come si vede nella quinta immagine che qui allego. Quella mostra del 1980, organizzata dal direttore della Galleria comunale Ugo Ugo e dal docente di Storia dell’arte contemporanea all’università di Cagliari Salvatore Naitza, voleva essere una completa rassegna della migliore produzione artistica in Sardegna dal dopoguerra a oggi; al piano superiore, quello che si vede nelle foto, era presente una selezione delle ultimissime ricerche, tra cui appunto la tua installazione di foglietti; al piano terra si trovavano opere prodotte dagli artisti e artiste nei decenni precedenti, tra cui alcune tue tele storiche (per esempio il tuo mitico quadro con la scritta MERDRE, ispirato all’Ubu roi, che ancora nel 1980 irritava il pubblico) e le ricerche dei giovani non ancora affermati (tra cui io e Andrea, e fu la prima mostra in assoluto a cui fummo invitati – e avevamo sedici e diciassette anni). E tu eri lì, o Gae, unico tra tutti, a documentare quest’evento: una mostra che ha la sua rilevanza, che contribuì a suo tempo a definire l’identità artistica e culturale di un popolo che dimostrava ancora di non volersi fermare alle tradizioni figurative consolidate – un popolo che pretendeva di guardare avanti nonostante il vuoto culturale che da sempre circonda gli artisti in provincia.

Installazine di Gaetano Brundu, Cagliari 1980
Salvo Deiana e Andrea Nurcis posano con l’installazione di foglietti di Gaetano Brundu alla Mostra regionale d’arti figurative a Cagliari, marzo 1980. Foto di Gaetano Brundu.

 

Gaetano Brundu, installazione 1980
Salvo Deiana e Andrea Nurcis posano con l’installazione di Gaetano Brundu alla Mostra regionale d’arti figurative a Cagliari, marzo 1980. Foto di Gaetano Brundu.

 

Gaetano Brundu, installazione 1980
L’installazione di Gaetano Brundu alla Mostra regionale d’arti figurative a Cagliari nel marzo 1980. Sullo sfondo: Enrico Corte che cammina. Foto di Gaetano Brundu.

 

Gaetano Brundu, installazione 1980
Andrea Nurcis, Enrico Corte e tre studentesse del liceo artistico nello spazio della Mostra regionale d’arti figurative a Cagliari, marzo 1980. A destra, l’installazione di foglietti di Gaetano Brundu. Foto di Gaetano Brundu.

 

Gaetano Brundu, didascalia di una sua foto
Didascalia scritta da Gaetano Brundu sul retro di una delle sue foto regalate a Enrico Corte e Andrea Nurcis.

 

Sono belle, spontanee, importanti queste quattro tue foto, amico mio. Sì, ci piacerebbe proprio organizzare una tua mostra fotografica in un momento come quello attuale in cui la fotografia d’artista e le opere d’arte fotografiche hanno finalmente avuto pieno riconoscimento da pubblico e mercato. Chissà, forse un giorno ci riuscirò; dopo aver ottenuto il pieno riconoscimento e addirittura la plateale celebrazione di una figura negletta per decenni come quella di Ugo Ugo, il prossimo passo potrebbe proprio essere farti conseguire la completa affermazione come fotografo.

Per un amico si fa questo e altro, anche se quest’amico oggi non c’è più – e quando ancora c’era, come spesso succede, non ho avuto il tempo e il modo di dirgli tutte queste cose. Arrivederci in galleria, Gaetano.

Poscritto: ogni indulgere in (sempre affettuose) irriverenze nei confronti di Gaetano in questo mio testo MAI FU puramente casuale. Gaetano stesso, così poco incline alle celebrazioni come anche all’autocelebrazione, ne sarebbe stato contento & compiaciuto.

Lunga vita all’art&vita di Gaetano.

E.

Enrico Corte 1983
Enrico Corte con alcune sue opere su carta fotografato da Gaetano Brundu nel 1983 nei giardini della Galleria comunale di Cagliari. Nell’angolo in basso a destra è visibile il borsone di pelle nera dal contenuto misterioso che Brundu spesso portava con sé.