Dall’ utopia al non-luogo. La collezione scomparsa

GalleriaComunale_3_d0di Enrico Corte

Non tutti sanno che la città di Cagliari nasconde un “antro del tesoro”, in paziente attesa di un doveroso, quasi misericordioso “apriti Sesamo” da parte di qualche figura politica. Risale infatti a più di vent’anni fa la chiusura al pubblico, e successiva rimozione in magazzino, della collezione d’arte contemporanea della Galleria Comunale di Largo Dessì. In seguito le sale espositive furono ristrutturate per fare spazio alla cosiddetta raccolta Ingrao, donata nel 1999 al comune di Cagliari. Le opere della precedente collezione – quadri, sculture, multipli, fotografie, installazioni – nel loro insieme non hanno più trovato una visibilità permanente da allora.

La cospicua collezione Ingrao, esposta stabilmente, annovera diversi autori di chiara fama del primo ’900 italiano (Balla, Boccioni, Carrà, De Pisis, Depero, Morandi, Severini e altri ancora) ma a molti di noi rimane il dubbio che l’occultamento delle opere degli artisti contemporanei, più vicini alla sensibilità del nostro tempo, sia un passo indietro piuttosto che un balzo in avanti. Vediamo di capire il perché di tale affermazione, analizzando la storia della collezione contemporanea e i protagonisti di una breve, utopica stagione culturale cagliaritana di qualche decennio fa.

Tutto nasce nella temperie ideologica del ’68, con la relativa messa in crisi del concetto classico di museo come luogo di pura conservazione o archivio, e la necessità di sperimentare modelli di informazione culturale più dinamici ed elastici. Questo presupposto, unito al bisogno di creare continue occasioni di interscambio tra gli operatori isolani e il resto d’Italia (spesso chiamato all’epoca “il Continente”; ah, la caramellosità vintage di certe espressioni…) spinse nel 1971 Ugo Ugo e il critico Zeno Birolli a riflettere sulla necessità, a Cagliari, di una collezione pubblica d’arte contemporanea fluida e attualissima. Il progetto fu portato a compimento nel marzo ’75 con l’inaugurazione di una mostra alla Galleria Comunale, significativamente intitolata Materiali per un centro pubblico d’arte contemporanea, quasi a precisare il carattere né accademico né museale del “nuovo corso” della Galleria. L’evento ebbe eco in tutta Italia.

Occorre sottolineare il ruolo di Ugo Ugo – fantasmagorica e anticonformista figura della mia adolescenza che, nonostante l’estrema amicizia e il legame di confidenza, per inossidabile rispetto e riflusso di signorilità d’antan tutt’oggi io continuo a chiamare “Dottor Ugo” – il quale, come direttore della Galleria dal 1967 al 1985, è figura-chiave di un progetto culturale che pure ha coinvolto, nel tempo, personaggi di rilievo come il vicedirettore della Galleria d’Arte Moderna di Torino Aldo Passoni, e i critici Corrado Maltese, Marisa Volpi Orlandini, Gillo Dorfles, Vittorio Fagone, Antonello Negri e Salvatore Naitza (consulente per la scelta degli artisti sardi in collezione). Prima di dirigere la Galleria, Ugo fu artista esso stesso, protagonista del Gruppo Transazionale negli anni ’60 e dunque precoce e combattivo seminatore di rinnovamento nella statica situazione artistica isolana. Ma paradossalmente è come “impiegato comunale” che egli realizza il suo capolavoro, ossia il paziente e diplomatico contattare, attraverso una lunga serie di viaggi per l’Italia durata quattro anni, tutti gli artisti – circa un centinaio – selezionati per la collezione pubblica (fu proposto l’acquisto delle opere ad un prezzo “politico”, uguale per ognuna: aderirono 82 artisti).

A Ugo si deve inoltre la selezione e distribuzione in vari uffici regionali dei vecchi dipinti ottocenteschi giacenti nel “dimenticatoio” della pinacoteca della Galleria; l’intelligente sfruttamento, per l’acquisto di opere moderne, della “legge del due per cento” sulle spese per le opere pubbliche; i contatti con i critici italiani e l’organizzazione razionale delle sale della Galleria per argomenti e tematiche stilistiche;  a lui si devono i progetti, irrealizzati suo malgrado, per un contesto espositivo alimentato da periodici dibattiti, seminari, proiezioni, corsi didattici, nonché trasformazione delle grotte adiacenti la Galleria in studi per ospitare artisti a rotazione.

Propongo che la collezione contemporanea della Galleria Comunale di Cagliari venga chiamata ufficialmente “la collezione Ugo”, anche se sospetto che l’ex direttore, oggi in pensione ma ancora troppo ironico e antiretorico per identificarsi in tale situazione, non approverebbe il celebrativo nonché tardivo omaggio.

E veniamo a parlare di ciò che l’invisibile “collezione Ugo” contiene. Si tratta di una azzeccata panoramica dell’arte italiana degli anni ’70, con l’aggiunta di alcuni nomi internazionali legati alle ricerche nostrane da affinità e connessioni. Con qualche eccezione, le opere si collocano tra fine dei ’60 e il 1975. Certo, la raccolta ha limiti evidenti ed è datata, e oggi occorre ammettere che non tutti gli artisti selezionati, dal punto di vista qualitativo e mercantile, hanno “retto” il passare del tempo, però il progetto originario prevedeva un continuo aggiornamento tramite acquisti successivi. Ma poi avvenne il trasferimento del direttore Ugo in altri settori dell’amministrazione comunale (agli uffici della direzione del traffico: che “gap”!).

Vi sono comunque altri aspetti che determinano l’alto valore della raccolta. Diversi artisti sono di assoluto rilievo, tutt’oggi tenuti in grande considerazione a livello internazionale e con un ruolo-chiave nello sviluppo delle attuali tendenze della storia dell’arte contemporanea: tra gli altri, Adami, Agnetti, Castellani, Gilardi, Paolini, Giò Pomodoro, Rotella, Uncini, Staccioli. E se è vero che nel campo dell’arte contemporanea, nonostante la storicizzazione dei suoi principali rappresentanti, le controversie sul valore degli artisti non finiscono mai e vige ancora la legge empirica del “io-non-lo-capisco”, forse sarà utile dare un occhiata a ciò che tutti comprendono, cioè il valore mercantile – il costo delle opere – di alcuni quadri in collezione. Enrico Castellani, ad esempio: è un protagonista della scena artistica internazionale dagli anni ’60, portatore di ruolo preciso anche dal punto di vista politico che in passato gli ha procurato non pochi problemi. Castellani, classe 1933, appartiene a una generazione di intellettuali progressisti che ha anche rifiutato l’isolamento dell’artista dalle masse e il filtro egemone del mercato, quindi nonostante il riconoscimento culturale i suoi prezzi sono sempre stati stabili per decenni, o addirittura in leggera discesa. Di lui si diceva: è un grande, ma è anche sempre uguale a sé stesso, non cambia mai, è decorativo. Fino alla grande retrospettiva tenutasi nel 2001 alla Fondazione Prada di Milano, che ne ha ribaltato del tutto le quotazioni e la chiave di lettura: oggi una tela estroflessa anni ’65-75 di Castellani, come quella presente nella collezione di Cagliari, può valere più di 250.000 euro. Giulio Paolini, genovese del ’40, artista tra i più noti, è invece presente con una interessante piccola opera senza titolo del ’67, pochissimo riprodotta sui cataloghi: il suo valore sul mercato si aggira sui 230.000 euro. Giuseppe Uncini (Fabriano, 1929) ha di recente tenuto varie mostre molto importanti alle gallerie Stein e Marconi di Milano e alla Fumagalli di Bergamo, e il Museo d’Arte Moderna di Roma ha acquisito una sua grande opera; un pezzo di Uncini cm 160×98, come quello cagliaritano, tocca i 190.000 euro.

Vincenzo Agnetti (Milano, 1926-81) è rappresentato da un’opera in legno e acciaio, il Portagiri, molto significativa della sua produzione del 1970 al punto che una gallerista di fama mondiale come Lia Rumma per anni l’ha cercata in tutto il mondo chiedendosi che fine avesse fatto: l’opera può costare attorno ai 180.000 euro. Piero Gilardi (Torino, 1942) ha seguito una parabola per molti versi affine a Castellani; oggi è venerato dai maggiori galleristi e collezionisti internazionali, e un suo Greto di torrente, 100×100 cm del 1969, in poliuretano espanso ad imitazione di uno scorcio di habitat naturale, tra l’altro realizzato proprio per Cagliari, vale circa 120.000 euro. Sul piano internazionale, un pittore come il francese Gilles Aillaud, morto di recente e celebrato con una bella retrospettiva all’Accademia di Francia a Roma, per una tela 65×100 come quella della collezione cagliaritana può collocarsi sui 90.000 euro.

Un aneddoto: Michelangelo Pistoletto, star dell’arte internazionale, fu contattato per l’inserimento in collezione. Colto in un momento di confusione e superindaffarato nel suo studio, offrì velocemente a Ugo il Mappamondo, una scultura del 1968 in carta di giornale e tondino di ferro che giaceva impolverata in un angolo. La proposta di Pistoletto era: se vuoi, prenditi questa, però portala via subito. Ugo si trovò spiazzato perché per questioni burocratiche gli occorreva il tempo per organizzare il trasporto in Sardegna, e dunque non ritirò l’opera immediatamente. La transazione non si concluse perché il Mappamondo divenne preda dei mercanti coi quali Pistoletto lavorava e, dopo anni di peripezie e mostre, l’abbiamo visto esposto nel 2005 alla Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano, durante l’importante mostra sulla Scultura Italiana del XX Secolo, circondato da guardie giurate che impedivano al pubblico di avvicinarsi troppo, tant’era il suo valore. Per un pelo non è entrato nella collezione di Cagliari. Oggi è considerato una delle opere più celebri e significative dell’Arte Povera torinese e di tutta l’arte italiana del ’900, e non vi dico nemmeno quant’è valutato sul mercato.

La serie delle opere contemporanee di pregio della Galleria Comunale di Cagliari sarebbe lunga. Ma se l’intera raccolta può essere stimata milioni di euro, è giusto averla tenuta al chiuso per anni, con l’inevitabile deterioramento materiale che ne consegue? Occorre dire, infatti, che lo spostamento della collezione ha danneggiato diverse opere. Innanzitutto alcune installazioni, peraltro realizzate dagli artisti appositamente per gli spazi della galleria e quindi con un surplus di valore, sono state smembrate, non solo smontate. Ad esempio l’Ambiente Cronostatico Circolare di Davide Boriani e Gabriele de Vecchi, opera del ’75 che sviluppa in senso cilindrico-ambientale un ciclo di lavori fotocinetici iniziato nel 1964: un flash elettronico rotante “stampa” per qualche secondo le ombre del pubblico sulle pareti, evidenziandone la sequenza dei movimenti. Era un’opera di forte impatto, capace di dialogare anche con un pubblico di “non addetti ai lavori”, e non esiste più.

Vi sono poi danni per cause climatiche o per abrasioni nel corso del trasporto e collocazione dei quadri in magazzino. E’ il caso della grande opera di Tonino Casula, uno dei più autorevoli rappresentanti dello svecchiamento culturale in Sardegna degli ultimi 45 anni, nell’arte visiva, nella didattica, nella teoria semiologica, nella multimedialità, nel sociale (direttori e direttrici di musei, a quando una retrospettiva completa che metta in evidenza l’ampiezza del suo valore?). La Transazione di Casula, del 1969, fu realizzata usando una tecnica particolare: smalti aerografati su masonite. Dopo lo svuotamento delle sale della Galleria la patina pittorica dell’opera venne inavvertitamente graffiata, e si pensò di affidarla a un restauratore che vi ridipinse sopra usando il pennello – un mezzo assai discorde dall’aerografo – senza nemmeno chiedere consiglio allo stesso Casula, ignaro di tutto. Oggi l’artista mi comunica che l’opera versa in gravissime condizioni di salute.

Per mancanza di spazio il ritorno della raccolta contemporanea nelle sale espositive di un tempo è resa impossibile dalla presenza della collezione Ingrao, pur essendo stata l’anima della rinascita della Galleria Comunale sotto la direzione di Ugo. Ma Cagliari offre tutta una serie di locali che potrebbero ospitare adeguatamente le opere degli artisti a noi più vicini: pensiamo alle tante sale vuote all’interno della Cittadella dei Musei (che peraltro già ha accolto il Museo d’Arte Siamese, cioè la collezione Cardu, collocata in precedenza proprio al piano inferiore della Galleria Comunale). In un recente convegno a Cagliari sul rapporto università-musei, l’attuale direttrice della Galleria, Anna Maria Montaldo, ha accennato a prossime occasioni espositive per la collezione contemporanea. Occorrerebbe però presentarla in modo stabile e nel suo insieme originario, compresi gli artisti sardi, restaurando adeguatamente gli eventuali danni e magari progettando nuovi acquisti che ne attualizzino le tematiche artistiche. Una città che guarda al futuro merita l’offerta di questa possibilità.