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Il sole, il mare e la Biennale

di Enrico Corte

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Ho visto 15 Biennali di Venezia e preso parte a una, invitato nel Padiglione Italia dal direttore Harald Szeemann nel ‘99. Potrei raccontare dei retroscena da farvi indignare o sbellicare: paradossali conflittid’interesse tra organizzatori e gallerie; artisti che si sentono chiedere una mazzetta per essere invitati alla Biennale dagli stessi critici con cui avevano stabilito negli anni un’amicizia fraterna; critici che invitano a esporre le loro fidanzate o fidanzati e poi subito litigarvi drasticamente; prestigiosi premi assegnati a giovani talenti scelti con tanta lungimiranza che li si è visti cambiare mestiere poco dopo; spedizioni di opere a carico degli artisti, e opere che spariscono nel nulla; litigi e denunce. Roba da far impallidire le disfunzioni di quest’ultima edizione, ma di cui nessuno si ricorda mai. In definitiva la Biennale veneziana ha da molto tempo perso la sua funzione di rassegna critica: l’inverno scorso a New York il gioco di parole che sentivo a questo proposito era: “Biennial banal”. Negli USA sono stati organizzati dei convegni sull’argomento e sono sorti addirittura dei gruppi di discussione su Facebook con tema “le Biennali sono ancora critiche o lo sembrano soltanto?” Da decenni questo fiore all’occhiello della cultura italiana non è altro che una fiera, in cui la “spiritualità” o la “morale”, la cui assenza ho sentito tirare in ballo da alcuni artisti a proposito dell’edizione attuale, non c’entrano niente. E’ una fiera di lusso, certo, ma pur sempre un evento assai prosaico fatto di “stand”, e ognuno di questi stand ha un costo: prender parte a una Biennale infatti è facile, c’è un prezzario in base al quale chiunque o quasi può parteciparvi come evento collaterale e avere l’esclusivo (?) diritto di applicare il prezioso “bollino Biennale”. Peccato che non serva: nessuna presenza alla Biennale garantisce il “lancio” o il successo di un artista, piuttosto si entra nel suo meccanismo se si è già sostenuti dal sistema mercantile.

Oggi partecipo volentieri alla mostra della Biennale in Sardegna perché erano anni che non mostravo il mio lavoro nell’isola in modo adeguato. Mi sono fidato delle persone che hanno fatto parte dell’organizzazione, alcune delle quali ho incontrato in passato: non mi hanno deluso, e qui le ringrazio. Purché non mi si parli di “identità” e si cerchi di ingabbiarmi in qualcosa che ho sempre rigettato (qualsiasi identità: antropologica, generazionale, di genere) trovo la celebrazione dell’unità nazionale, anche con mostre regionali d’arte visiva, necessaria in un momento storico infarcito d’aberranti leghismi. Mi auguro che sia l’occasione per rivitalizzare il dibattito culturale nell’isola e riproporre, ad esempio, la stupenda idea (inconcepibilmente bloccata) del museo Betile di Renato Soru, su progetto architettonico di Zaha Hadid (purché rispetti l’ambiente, ovvio). Altrimenti tutto si risolverà in una bolla di sapone. Sono avvezzo al “disincanto” sardo, dopotutto: l’isola è stata tutt’altro che generosa nei miei confronti, e non parlo solo dello scarso interesse dei collezionisti, delle incomprensioni dei critici, dell’assenza di mie opere nelle collezioni pubbliche o piccolezze del genere. Parlo anche di una tarda sera di novembre di 20 anni fa, e mi rivedo intirizzito e solo sul pontile di un traghetto a osservare le luci del porto di Cagliari allontanarsi e sfumare tra buio e nebbia, per sparire per sempre dalla mia esistenza; e nella stiva del traghetto vi era un camion, e dentro il camion i miei mobili, i vestiti, gli oggetti più cari e tutte le mie opere. Quella sera non c’era nessuno da salutare sulla banchina del porto: di certo non un critico, o un amico, e nemmeno un parente accorso ad augurarmi buona fortuna. Lo dico senza malanimo: è una delle migliori scene madri nel film della mia vita.

fonte: Unione Sarda,  19 giugno 2011

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