Sul bordo del precipizio

 

Come si può considerare utile un tipo di coltivazione che produce cibo potenzialmente dannoso per la salute di chi lo mangia, di chi lo coltiva e per l’ambiente?
A chi è utile un tipo di agricoltura così?
Ai piccoli contadini che si stanno impoverendo sempre di più?

Non ci sono alternative, ci viene ripetuto da almeno 40 anni.

Questo è l’unico modo di nutrire un mondo sempre più popolato, che mangia sempre più carne, che spreca risorse.

Anzi,

  • occorrerà trovare nuova terra da dissodare- quella che già coltiviamo è sfinita dalle troppe e spesso azzardate arature (nei terreni troppo aridi o scoscesi) che frantumano e sciolgono il terreno e dall’eccessivo uso di fertilizzanti inorganici (1), per non parlare della costante cementificazione (2);
  • occorrerà rivolgersi alle biotecnologie –addio biodiversità, il mondo deve andare avanti,
  • occorrerà trovare nuova acqua –  quella che avevamo è ormai esaurita
  • occorreranno nuovi antiparassitari – purtroppo gli insetti dannosi son furbi e si adattano molto rapidamente,
  • occorreranno anche nuovi diserbanti – anche le erbe infestanti sono più furbe di quanto pensiamo
  • e poi dovremo adattare le colture al cambiamento climatico, buone le banane siciliane!

Oppure possiamo percorrere un’altra strada: evitare lo spreco, scendere lungo la catena alimentare (questo vale ovviamente per chi si trova nella parte alta), diminuire il carico demografico sul pianeta.
In effetti tutte queste azioni sono urgenti e necessarie però…. però richiederanno anni e anni per poter essere attuate.

E nel frattempo?

Frequento con assiduità alcune famiglie di contadini che lavorano la terra da sempre, come prima di loro hanno fatto i genitori e i nonni. Mi colpisce e mi fa arrabbiare questa sorta di arrendevolezza che hanno sviluppato nell’accettare quello che gli viene “ordinato” da quanti si sono appropriati di tutto ciò che ruota attorno al cibo.

Un contadino che fa convenzionale non decide più nulla.
Non sceglie il tipo di sementi o la qualità delle piante – in genere lo fa il consorzio al quale è associato, il quale gli fornisce anche i prodotti chimici per il diserbo e quelli contro i parassiti; non definisce l’epoca di raccolta, né, ovviamente, fissa il prezzo finale.
Decidono per lui gli operatori dei mercati finanziari, le industrie che vendono fertilizzanti, diserbanti, antiparassitari, le assicurazioni, le ditte sementiere, i commercianti e i distributori.

 

clessidra

Se immaginiamo visivamente la catena della fornitura di cibo possiamo pensarla come una clessidra (questa figura mostra i dati di Olanda, Germania, Francia, Regno Unito, Austria e Belgio) più o meno ristretta al centro.

Alla base ci sono i contadini, in cima i consumatori e gli acquirenti e in mezzo quanti si occupano di acquistare il prodotto grezzo, di trasformarlo e distribuirlo.

La strozzatura della clessidra, dove si concentra il potere, è rappresentata dalle grandi multinazionali che acquistano, distribuiscono e vendono i prodotti (3).

E’ un settore, quello del Buying Desk, in cui occorrono ingenti capitali per sopravvivere.

Le quattro maggiori multinazionali dell’alimentazione controllano il 50 per cento del mercato alimentare. La sola Unilever controlla il 90 per cento del mercato mondiale del tè.

Ho chiesto a Jader, 76 anni e agricoltore da quando ne ha 6, se è felice di aver fatto il contadino e se ha rimpianti. Mi ha risposto che alla luce di quello che è diventata oggi l’agricoltura, sì, ha rimpianti. Avrebbe fatto meglio a fare l’operaio, del resto non sarebbe stato così diverso…

E’ possibile che questi meccanismi esogeni abbiano avuto un potere così forte da svilire un’attività così creativa e fondamentale?

Fare agricoltura convenzionale oggi in Italia è quindi demotivante a livello psicologico, impoverente a livello economico (4), dannoso a livello di salute personale e ambientale.

Ma non è tutto. Anzi. La parte più pesante deve ancora arrivare:

“… L’inevitabile picco della produzione petrolifera mondiale renderà tutto più costoso, dall’impiego delle macchine agricole alla produzione e all’acquisto di fertilizzanti e altre sostanze chimiche, fino al trasporto sia dei prodotti chimici per l’agricoltura sia dei raccolti. … Per fare mangiare ogni cittadino americano si impiegano ogni anno un equivalente di oltre 1.818 litri di petrolio”.
(5)

Un interessante studio sull’utilizzo dell’energia nelle aziende agricole canadesi ci informa che fatto 100 il consumo di derivati del petrolio il:

 •31% viene utilizzato per la produzione dei fertilizzanti inorganicipeak oil

• 19% viene consumato dai mezzi meccanici in campo

• 16% è destinato al trasporto

•13% si usa per l’irrigazione

•8% per l’allevamento del bestiame (è esclusa l’alimentazione)

• 5% per l’essicazione/conservazione del raccolto

• 5% per la produzione di pesticidi

•3% per altri consumi

  

Insomma, l’agricoltura convenzionale galleggia sul petrolio.

L’aumento stratosferico dei prezzi petroliferi porterà non solo mareggiate, ma affosserà completamente quella che è già una misera realtà in declino.

I contadini sono sul bordo di un precipizio.

Esiste ancora una strada percorribile da imboccare ora?

 

FINE PARTE 1

 

NOTE

1.Dai dati del 2008 risulta che il 21,3% dei suoli del territorio nazionale è a rischio di desertificazione (41,1% nel Centro e Sud Italia); La degradazione del suolo avvenuta negli ultimi 40 anni ha provocato una diminuzione di circa il 30% della capacità di ritenzione idrica dei suoli italiani, con un relativo accorciamento dei tempi di ritorno degli eventi meteorici in grado di provocare eventi calamitosi – http://www.cra-cma.it/daf/index_file/atti_convegno_conservazione_suolo08.pdf

“Nelle Grandi Pianure statunitensi è scomparsa circa la metà del suolo che esisteva all’inizio del secolo scorso. In Australia, dopo due secoli di uso della terra a opera degli immigrati europei, si è seriamente degradato oltre il 70% del suolo” Richard Heinberg, Senza Petrolio, Fazi Editore, pag. 50

Come dice Lester Brown “Le nazioni che perdono il proprio strato superficiale di suolo perdono anche la loro autosufficienza alimentare. Tra questi paesi troviamo il Lesotho, la Mongolia, la Corea del Nord e Haiti. “9 miliardi di posti a tavola, Ed. Ambiente, pag. 89

Cfr. anche http://www.earth-policy.org/books/eco/eech3_ss5

2. Negli ultimi 30 anni abbiamo cementificato un quinto dell’Italia, circa 6 milioni di ettari. http://www.salviamoilpaesaggio.it/blog/info_sul_forum/forum/

3.Raj Patel, I padroni del cibo, Universale Economica Feltrinelli

4. Nel 2009 le aziende agricole italiane hanno prodotto 93,1 euro di valore aggiunto per addetto ogni 100 euro di costo unitario del lavoro. Il valore dell’indicatore è il più basso tra quelli registrati a partire dal 2002.
Nell’agricoltura convenzionale stiamo assistendo a un declino di lungo periodo accompagnato da instabilità dei redditi agricoli (il reddito medio unitario annuale nel periodo 2007-09 si aggira sui 20.000 euro (si considera l’intera popolazione di aziende agricole ad esclusione delle micro-aziende, ovvero delle aziende con una dimensione inferiore a 1 ettaro o con vendite inferiori a 2.066 euro) http://ilo.unimol.it/sidea/images/upload/convegno_2010/plenaria/henke%20salvioni.pdf

5. Richard Heinberg, Senza Petrolio, Fazi Editore

Immagine di copertina: Enrico Corte, Cheese, 1981