Le Aziende Venatorie: anatomia di un delitto perfetto

Con la Legge di Bilancio 2026, un milione di ettari di territorio italiano – boschi, zone umide, prati d’alta quota – passa sotto gestione imprenditoriale privata. La fauna selvatica, che per legge è patrimonio indisponibile dello Stato, diventa di fatto merce in vendita. Questo articolo ricostruisce il percorso che ha portato a questa trasformazione: un progetto pianificato da anni attraverso mosse apparentemente scollegate che, osservate insieme, rivelano un disegno preciso.

Nei thriller meglio costruiti non è la violenza a colpire, ma la pianificazione. Ogni mossa è pensata anni prima, ogni dettaglio apparentemente irrilevante trova posto in un disegno più grande che si rivela solo alla fine.Analizzando da tempo il mondo venatorio, armiero e agricolo, emerge con chiarezza un meccanismo simile. Le trasformazioni più incisive non avvengono all’improvviso, ma attraverso una sequenza di passaggi tecnici, normativi e culturali che, presi singolarmente, sembrano marginali o scollegati.

Solo guardandoli nel loro insieme assumono un significato preciso.

È quello che è accaduto con la nascita di ABAgrivenatoria Biodiversitalia nel 2022, per iniziativa di Coldiretti e dell’industria delle armi associata a Confindustria. All’epoca fu letta come l’ennesima sigla creata per dare rappresentanza a un settore ristretto: quello della caccia privatistica. Invece si trattava del tassello fondamentale di un progetto molto più ampio.

Oggi, con la Legge di Bilancio 2026 (L. 199/2025) quel progetto emerge in tutta la sua chiarezza.
E il regalo di Natale, questa volta, non è arrivato sotto forma di promesse, ma di norme.
A riceverlo sono stati i cacciatori.
A consegnarlo, Coldiretti.

Contenuti

La proprietà rubata

Fino al 1977 esistevano le Riserve di Caccia, luoghi in cui il proprietario del terreno era anche padrone della selvaggina.

Con la Legge 968 del 1977, la fauna diventa proprietà dello Stato e le Aziende Venatorie possono gestirla, ma senza un guadagno diretto: possono solo coprire le spese.

Attraverso l’art. 1, comma 788,  L. 199/2025 – Legge di Bilancio 2026 – che modifica l’art. 16 della L. 157/92, la gestione faunistica viene ora connessa direttamente all’attività agricola, rompendo un tabù storico.

Permettendo di ricavarne profitto, la fauna torna a essere, nei fatti, gestita come una risorsa economica di un’azienda agricola privata.

Cos’è una AFV (Azienda Faunistico Venatoria)?

È un’area gestita da privati che ha l’obiettivo di creare habitat ideali per la fauna selvatica, che nasce e cresce naturalmente sul posto, senza immissioni annuali. L’accesso è riservato ai cacciatori che pagano una quota per abbattere gli animali.

Cos’è una AATV (Azienda AgriTuristica Venatoria)?

È un’area gestita da privati in cui la caccia si basa principalmente su fauna di allevamento, liberata appositamente per essere cacciata. Per legge deve trovarsi all’interno di aziende agricole e integra il reddito dell’agricoltore attraverso ospitalità e attività venatoria. Ha un’impronta più commerciale: gli animali abbattuti possono essere cucinati e consumati sul posto.

Da tutela a business

Finora le Aziende Venatorie erano considerate associazioni senza scopo di lucro: gli introiti derivanti dai cacciatori dovevano servire esclusivamente a coprire le spese di gestione, il ripristino degli habitat e la tutela della biodiversità.

Nella pratica, i cacciatori pagavano quote elevate per accedere, generando un giro d’affari significativo che in molti casi sfuggiva alla tassazione ordinaria.

Dal 1° gennaio 2026 le Aziende Venatorie diventano imprese agricole con enormi vantaggi:

  • Regime fiscale agevolato
  • Possibilità di offrire servizi turistici e ristorazione in modo integrato
  • Accesso a fondi pubblici riservati all’agricoltura

Con questa norma, il Governo trasforma un sistema di gestione faunistica in un’attività imprenditoriale capace di generare profitti rilevanti.

Essendo ora classificate come aziende agricole, le AFV ottengono accesso a una serie di benefici economici significativi:

1. Accesso alla PAC (Politica Agricola Comune)

Le Aziende Venatorie possono ora ricevere un contributo diretto per ogni ettaro di terreno gestito.

Cos’è la PAC?

La PAC è il principale strumento dell’Unione Europea di sostegno economico all’agricoltura, con una dotazione che supera i 40 miliardi di euro annui a livello europeo. All’Italia spettano circa 7 miliardi di euro all’anno.

I contributi PAC vengono erogati principalmente in base agli ettari di terreno gestiti e alle pratiche agricole adottate.

2. Tassazione sulla rendita catastale

La tassazione non viene più calcolata sul reddito effettivamente generato (le quote pagate dai cacciatori), ma sulla rendita catastale dei terreni, che è storicamente molto più bassa.

3. Attività connesse agevolate

Le attività di ospitalità e ristorazione diventano attività agricole connesse, con tassazione semplificata e agevolata rispetto alle normali attività turistico-ricettive.

4. Premi aggiuntivi per la biodiversità

Contributi per chi mantiene:

  • Siepi e boschi
  • Zone umide
  • Praterie permanenti

Tutti elementi che sono tipicamente presenti in un’azienda faunistica, indipendentemente dall’attività venatoria.

5. Investimenti strutturali

Contributi, spesso a fondo perduto, per:

  • Recinzioni e altane
  • Centri di sosta della selvaggina
  • Colture a perdere (destinate alla fauna)
  • Ristrutturazione di casali e strutture ricettive

Il condono mascherato

Questa norma ha effetti rilevanti anche sul bilancio dello Stato e rappresenta, nei fatti, un condono fiscale per contenziosi in corso e futuri.

Il meccanismo

Definendo le Aziende Venatorie come imprese agricole, viene meno il presupposto per molti dei contenziosi avviati dall’Agenzia delle Entrate, che contestava la natura commerciale (e quindi la tassazione piena) delle attività venatorie.

Stime tratte dalle comunicazioni interne delle  associazioni di categoria (CNCN e AB Agrivenatoria) indicano un valore complessivo di diverse centinaia di milioni di euro per i contenziosi fiscali in essere e i rischi di futuri accertamenti.

Se, come afferma AB (Agrivenatoria Biodiversitalia), la norma è da considerarsi di “interpretazione autentica”, gli effetti sarebbero ancora più ampi.

L'interpretazione autentica

È una norma con cui il Parlamento stabilisce come una legge precedente “si è sempre dovuta intendere”. Ha effetto retroattivo: è come se il legislatore scavalcasse il potere giudiziario e dicesse “questa legge significava già questo, fin dal primo giorno”.

Nel caso specifico, significherebbe che le AFV “sono sempre state” imprese agricole, anche prima del 2026, annullando così i presupposti di tutti i contenziosi fiscali aperti negli anni passati.

Il controllore obbediente

Chi controlla che le Aziende Venatorie operino correttamente, rispettino la biodiversità, non privilegino solo le specie più “redditizie” per i cacciatori ostacolando i predatori e vietino l’uccisione di specie non cacciabili?
Il controllo sulla corretta operatività è affidato a Ispra che lo esercita attraverso le Regioni.

ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) è l’ente pubblico che, tra le altre funzioni)::

  • Stabilisce se i piani di abbattimento presentati dalle AFV sono scientificamente corretti
  • Monitora le popolazioni di fauna selvatica
  • Dà pareri sui calendari venatori che, pur non essendo vincolanti, vengono generalmente accolti dai giudici

Il cambiamento al vertice

A dicembre 2025, per la prima volta nella storia dell’Istituto, la guida viene affidata a Maria Alessandra Gallone,  figura non più tecnico-scientifica, ma proveniente direttamente dai ranghi parlamentari di un partito di governo (Forza Italia).
Si rompe così la tradizione di indipendenza dell’ente dalla politica, trasformandolo – potenzialmente – da “controllore scientifico” a “braccio operativo” del Ministero.

I numeri dei controlli

Le aziende venatorie sono circa 1.000 e occupano 1.000.000 di ettari.

I controlli stimati sul campo sono circa 100 all’anno, in tutta Italia: lo smantellamento della Polizia Provinciale ha fatto crollare i controlli di merito a poche decine per regione.
La probabilità che un’Aziende Venatorie riceva un controllo durante una giornata di caccia è stimata tra il 5% e il 10%*
*questo valore si ottiene analizzando il rapporto tra giornate/uomo di vigilanza venatoria e numero di cacciatori/ettari gestiti

Una fetta enorme del paesaggio italiano è ora ufficialmente sotto gestione imprenditoriale e la fauna diventa, di fatto, merce in vendita

La conclusione

Un milione di ettari – una fetta enorme del paesaggio italiano fatta di boschi, zone umide, prati d’alta quota – è ora ufficialmente sotto gestione imprenditoriale. La fauna, nominalmente “patrimonio indisponibile dello Stato”, diventa di fatto merce in vendita

Macelli di bosco

La nascita del progetto

Il progetto Selvatici e Buoni nasce nel 2017 per iniziativa di:

Si tratta di un percorso formativo per diventare operatori nella filiera della carne di selvaggina: dalla caccia alla macellazione, dalla conservazione alla ristorazione.

Fondazione UNA appoggia il progetto nell’ottica di creare un terreno culturale in cui il “cacciatore moderno” è presentato come custode e regolatore della natura.

Coldiretti vede in questa filiera la possibilità di sottrarre quote di mercato alla carne di selvaggina importata dall’estero, che oggi copre circa il 70-80% del consumo italiano, spesso proveniente dall’Est Europa.

L'attivazione con la Legge di Bilancio 2026

Con la Legge di Bilancio 2026 è stato creato il “motore fiscale” per far decollare questo modello all’interno delle Aziende Faunistico Venatorie:

  1. Tracciabilità: Il fatto che l’AFV sia un luogo circoscritto e controllato permette una filiera certificata della carne di selvaggina, rispetto alla caccia in territorio libero
  2. Centri di sosta autorizzati: L’impresa agricola può dotarsi di un Centro di Sosta della Selvaggina a norma ASL, necessario per la commercializzazione
  3. Marchio di qualità: Collegando un’AFV al circuito “Selvatici e Buoni”, il gestore può vendere la carne ai ristoranti con un marchio riconosciuto
  4. Aumento del profitto: Questo modello trasforma l’attività venatoria in una filiera completa, moltiplicando i margini di guadagno

Coldiretti: la regia del sistema

Questa riforma non porta vantaggi solo ai gestori delle AFV, ma anche all’organizzazione che rappresenta il settore agricolo.

1. Gestione amministrativa

La gestione del Fascicolo Aziendale e delle domande PAC tramite i CAA (Centri di Assistenza Agricola) è una fonte di reddito sicura e ricorrente per le organizzazioni di categoria.

L’ingresso di circa 1.000 nuove aziende nel sistema rappresenta un aumento significativo degli iscritti.

2. Interlocutore unico

Gestire 1 milione di ettari significa che Coldiretti diventa l’interlocutore unico del Governo su temi che vanno oltre l’agricoltura:

  • Green Deal: Diventando “custodi della natura” per legge, queste imprese possono intercettare fondi europei per la biodiversità
  • Dissesto idrogeologico: Accesso a finanziamenti per il contrasto al dissesto e la gestione forestale
  • Politiche ambientali: Influenza diretta sulle politiche di conservazione

3. Peso politico

Una rete di 1.000 grandi aziende distribuite sul territorio nazionale rappresenta una leva di potere politico considerevole, soprattutto in ambito locale e regionale.

4. Rivalutazione patrimoniale

La trasformazione in imprese agricole con accesso legale ai profitti e alla PAC fa acquisire ai terreni un valore di mercato molto più alto.

Per i proprietari è, di fatto, una rivalutazione patrimoniale significativa.

Il paradosso:noi paghiamo, loro incassano

La conseguenza finale è paradossale:

Tutti noi, tramite la PAC, finanzieremo le Aziende Venatorie per gestire territori in cui:

  • Gli stessi gestori privati faranno pagare i cacciatori per abbattere la fauna selvatica
  • La fauna è formalmente “patrimonio indisponibile dello Stato”
  • L’accesso al pubblico è limitato o escluso.

 

La conservazione della natura non è più vista come un bene comune da proteggere, ma come un’attività economica da incentivare – a patto che generi profitto privato.

OECM: il prossimo obiettivo

Nel 2019 viene approvato il Green Deal europeo, che punta alla neutralità climatica entro il 2050.

Coldiretti si oppone pubblicamente, temendo impatti sull’agricoltura convenzionale. Ma contemporaneamente inizia a prepararsi per sfruttarne le opportunità economiche.

Tra le misure del Green Deal c’è la Strategia UE sulla biodiversità per il 2030, recepita dall’Italia nel 2023, che prevede di portare le aree protette al 30% del territorio nazionale.

Cosa sono le aree protette?

La definizione più autorevole è quella della IUCN (International Union for Conservation of Nature, in italiano Unione Internazionale per la Conservazione della Natura), che rappresenta una delle principali organizzazioni mondiali nel campo della tutela ambientale.

Per IUCN un’area protetta è uno “spazio definito geograficamente, protetto legalmente per garantire la conservazione a lungo termine della natura, dei servizi ecosistemici e dei valori culturali”.

In Italia le aree protette tradizionali (parchi nazionali e regionali, riserve, aree marine protette) coprono circa il 20% del territorio.

Per raggiungere il 30% servono ulteriori spazi non coltivati.

Le OECM: la chiave del forziere

E’ cosi che entrano in gioco le OECM (Other Effective Conservation Measures, in italiano Altre misure efficaci di conservazione basate sull’area). 

Le OECM sono aree gestite in modo da garantire benefici concreti e duraturi per la biodiversità anche se hanno come obiettivo principale attività diverse dalla conservazione, ad esempio pesca o agricoltura. Non sono quindi parchi o riserve ufficiali.
Esempi di OECM possono essere:

  • zone di pesca tradizionale con regole che proteggono gli stock ittici
  • terreni agricoli gestiti in modo da favorire habitat naturali
  • aree militari o industriali che, di fatto, conservano ecosistemi importanti
  • siti culturali o religiosi con elevato valore naturalistico

La legittimazione internazionale

Nel 2020, Fondazione UNA riesce a diventare socia di IUCN.

In questo modo acquisisce:

  • Legittimazione internazionale
  • Possibilità di incidere sulla cultura della conservazione
  • Voce nelle decisioni su cosa costituisce “conservazione efficace”.

La IUCN è l’istituzione che, tra le altre cose, redige la Lista Rossa delle specie minacciate, uno strumento cruciale per le politiche di conservazione globali.

Ed è in questo contesto che riemergono AB (Agrivenatoria Biodiversitalia) e le Aziende Venatorie appena riqualificate come imprese agricole.

L’obiettivo dichiarato: far riconoscere le Aziende Venatorie come OECM, contribuendo così a raggiungere il target del 30% di aree protette

I vantaggi economici

Se le Aziende Venatorie venissero riconosciute come OECM, si aggiungerebbero agli sgravi fiscali già ottenuti:

  • Pagamenti PSR (Programmi di Sviluppo Rurale) dedicati alla biodiversità

  • Ecoschemi PAC (premi aggiuntivi per pratiche sostenibili)

  • Progetti LIFE: partecipazione come enti gestori di aree ad alto valore naturale, con finanziamenti europei diretti

  • Certificazioni ambientali: possibilità di accedere a mercati “green” e crediti di carbonio

Se le Aziende Venatorie non vengono riconosciute come OECM, restano escluse da questi fondi aggiuntivi.

La biodiversità è un bene comune, non un concetto da modellare sugli interessi di chi da essa trae profitto.

Il problema di fondo

Non può essere il mondo venatorio a decidere che cosa sia la biodiversità, né tantomeno a orientarne le politiche.

La biodiversità è un bene comune, non un concetto da modellare sugli interessi di chi da essa trae profitto.

Il riconoscimento delle Aziende Venatorie come “aree protette” significherebbe:

  • Trasformare giuridicamente qualcosa che esiste già, invece di recuperare luoghi degradati o abbandonati

  • Dare legittimità all’idea che la caccia sia strumento di conservazione

  • Permettere che aree a gestione privata ed esclusiva contino come “patrimonio protetto” della collettività

Tutti i tasselli al loro posto

Il disegno completo

Presi uno per uno, i tasselli sembrano scollegati:

  • Un progetto gastronomico

  • L’ingresso in un’organizzazione internazionale

  • La creazione di una nuova sigla associativa

  • Una norma fiscale in Legge di Bilancio

  • Un cambio di governance in un ente pubblico

Ma insieme rivelano un progetto preciso, che si manifesta quando ormai procede a pieno regime:

  1. Legittimazione culturale: “Selvatici e Buoni” normalizza l’idea del cacciatore-custode

  2. Legittimazione internazionale: l’ingresso in IUCN dà credibilità scientifica

  3. Struttura organizzativa: AB, cioè agricoltura e armi coordinano e fanno lobby

  4. Motore economico: la Legge di Bilancio 2026 crea il sistema di incentivi

  5. Controllo debole: il cambio di governance ISPRA riduce i contrappesi

  6. Obiettivo finale: riconoscimento delle AFV come aree protette (OECM)

Osservando il percorso di Fondazione UNA, Coldiretti e dei loro partner, appare chiaro che questa operazione non nasce oggi: è una strategia pianificata da lontano, costruita con passi discreti ma coerenti.

La timeline

  • 2015: Nasce Fondazione UNA

  • 2017: Nasce “Selvatici e Buoni” (UNA + Coldiretti + Slow Food)

  • 2019: Green Deal europeo – si aprono nuove linee di finanziamento

  • 2020: Fondazione UNA entra in IUCN

  • 2022: Nasce AB – Agrivenatoria Biodiversitalia

  • 2023: L‘Italia recepisce la Strategia UE sulla Biodiversità (target 30%)

  • Dicembre 2025: Cambio al vertice di ISPRA – nominata figura politica

  • Gennaio 2026: Entra in vigore la Legge di Bilancio che trasforma le AFV in imprese agricole.

Articolo 9: quando 'tutela' diventa 'gestione'

Ma l’intero disegno ha una prospettiva ancora più inquietante. Il prossimo passo, già avviato, è la riforma dell’Articolo 9 della Costituzione che recita:

La Repubblica  (…) tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali’.

  1. Con la riforma che trasforma le Aziende Venatorie  in imprese agricole e le candida a diventare OECM, lo Stato compie una delega di sovranità: la “tutela” (dovere pubblico) viene appaltata alla “gestione” (profitto privato).

  2. Se le AFV vengono riconosciute come OECM, esse diventano uno degli strumenti con cui l’Italia dichiara all’Europa di aver raggiunto il target del 30% di aree protette. Questo trasforma il cacciatore in un garante dell’Articolo 9. Se infatti l’attività venatoria viene riconosciuta come “conservazione efficace” (requisito OECM), uccidere determinate specie animali (ad esempio le specie alloctone) diventa paradossalmente il modo in cui si attua il dettato costituzionale. In tribunale, questo creerebbe uno scudo legale quasi impenetrabile contro i ricorsi ‘’ambientalisti e animalisti”.

  3. L’Articolo 9 parla anche di tutela degli animali. Tuttavia, se la gestione della fauna è connessa ad una filiera carne (“Selvatici e Buoni”) e ad un’impresa agricola (Azienda Venatoria), il concetto di “benessere” subisce una mutazione zootecnica: il benessere non sarà più riferito all’individuo animale e al suo diritto alla vita, ma alla “salute della popolazione” in funzione della sua commestibilità o della sua densità venatoria. Il “benessere” dell’Articolo 9 verrebbe interpretato come “assenza di malattie che danneggiano la filiera’’.

  4. L’Articolo 9 cita esplicitamente le future generazioni. Ma se il 15% del il territorio viene blindato in Aziende Venatorie privatizzate, le future generazioni non erediteranno una natura selvatica e accessibile, ma un sistema di riserve recintate e a pagamento. Questo significa che la biodiversità “costituzionale” diventa un’eredità privata gestita da Coldiretti e dai proprietari terrieri, tradendo il principio di equità intergenerazionale.

 

È qui che il cacciatore compie la sua metamorfosi definitiva: da predatore a “bioregolatore“. La riforma del l’Articolo 9 significa sancire per legge che la natura non sa curarsi da sola e che l’unico modo per “tutelarla” è affidarla alla gestione armata di chi ne trae profitto.

È qui che il cacciatore compie la sua metamorfosi definitiva: da predatore a "bioregolatore". La riforma del l'Articolo 9 significa sancire per legge che la natura non sa curarsi da sola e che l'unico modo per "tutelarla" è affidarla alla gestione armata.

Conclusione

Il 1° gennaio 2026 il sistema è entrato in vigore: un milione di ettari gestiti come imprese agricole, fauna selvatica trasformata in risorsa economica, accesso ai fondi PAC, tassazione sulla rendita catastale, controlli ridotti al minimo. Il prossimo passo è già delineato: riconoscimento delle Aziende Faunistico Venatorie come OECM (aree protette) e reinterpretazione dell’Articolo 9 della Costituzione. La “tutela” della biodiversità diventa “gestione” imprenditoriale della fauna. Ogni passaggio è stato legale. Ogni tassello al posto giusto. Il delitto perfetto non è quello che lascia vittime evidenti. È quello che trasforma la rapina in riforma costituzionale