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Terrestra: la CSA – Comunità che Sostiene l’Agricoltura – nata dalla terra per un cibo giusto

Il coraggio non è tanto un atto, quanto l’impegno in un processo.

Sono passati sette anni da quando Andrea, Cesare, Enrico ed io, Silvia, abbiamo deciso di dare corpo ed azione alle nostre letture e alle nostre passioni. Veniamo dall’arte, dalla musica, dall’economia, mondi lontani da quello contadino, eppure anni di riflessione e approfondimento di temi quali energia, clima e cibo ci accomunavano e sono stati all’origine della scelta di trasformare in modo radicale la nostra vita. È stato cosi che il podere della mia famiglia è diventato il Podere Casetta: poco meno di settari ettari tra frutteto, vigneto, orto, bosco e siepi, in piena Romagna, tra Lugo e Sant’Agata sul Santerno.

Sono stati sette anni di osservazione e sperimentazione, di errori e successi.

Cercare di riportare equilibrio in un sistema fortemente compromesso da anni di agricoltura convenzionale richiede strategie combinate di rigenerazione. Oggi, i campi coltivati sono circondati da siepi, e dove il podere incontra il fiume Santerno sorge un bosco, rifugio per tanti animali selvatici.

Pensavo che fare la contadina significasse solitudine, invece in questi anni è sorta in modo spontaneo attorno a me una comunità di persone, quasi tutte donne, che mi ha seguito e sostenuto. È così che il Podere è diventato un luogo in cui è possibile parlare, condividere esperienze, crescere, immaginare un futuro diverso. Confrontandoci, abbiamo raggiunto la convinzione che mai come ora, in piena emergenza sanitaria, è necessario privilegiare sistemi alimentari locali, sacche di resistenza agro-ecologica.

Il mondo dei piccoli produttori biologici rappresenta una nicchia nel più ampio panorama agricolo italiano, il cui mercato è dominato dalla GDO (Grande Distribuzione Organizzata) e dalla Finanza. I pochi centesimi a cui gli agricoltori sono costretti a svendere i prodotti portano alla progressiva chiusura di tante aziende, oberate da costi insostenibili. Un’intera cultura contadina sta per essere cancellata e un paesaggio ricco di biodiversità sta progressivamente impoverendosi a causa della monocoltura meccanizzata ad alto consumo di input. I nuovi imprenditori, spesso società di capitali, non solo sfruttano le risorse comuni come l’acqua e il suolo, ma non di rado anche gli esseri umani, come i braccianti, ultimi anelli della catena produttiva nonché i viventi non umani che non vengono neppure presi in considerazione perché visti alla stregua di strumenti o prodotti.

Non ci accorgiamo che stiamo perdendo un diritto fondamentale, quello alla Sovranità Alimentare, secondo cui i popoli hanno diritto ‘’ad un cibo sano e culturalmente appropriato, prodotto attraverso metodi ecologici e sostenibili, nonché il diritto a definire i propri sistemi alimentari e modelli di agricoltura” (Forum di Nyéléni per la Sovranità Alimentare, 2007).

È con l’intento di offrire un’alternativa sociale e politica percorribile rispetto a questo contesto che è nata l’idea di fondare una CSA, cioè una Comunità che Sostiene l’Agricoltura. Una CSA rappresenta un patto tra i piccoli produttori biologici locali e i consumatori, per rendere questi ultima parte attiva nel processo di acquisto della spesa quotidiana. Sono loro che aiutano a garantire il bilancio dell’attività agricola tramite il pagamento di una quota determinata ripartendo tra tutti i membri della Comunità il totale dei costi previsti per la realizzazione del programma colturale. Chi acquista può prendere parte ad ogni fase del processo produttivo e condivide i rischi e i benefici dell’attività agricola. Smette quindi di essere semplice consumatrice o consumatore, e diventa co-produttrice o co-produttore solidale con il/la contadino/a.

Come risultante di questo processo, il prezzo del cibo non sarà più determinato esternamente, ma coinciderà col suo valore reale. Quando acquistiamo un’insalata, ad esempio, non sempre abbiamo gli strumenti per capire cosa ne determina il costo, se dietro a quel caspo, magari anche a buon mercato, c’è la schiavitù dei braccianti, se è stata ottenuta con uso di pesticidi che hanno inquinato le falde acquifere e desertificato il suolo, quali siano le sue emissioni di CO2. Costi occulti che vengono riversati su noi consumatori, costretti a scegliere in base all’unica informazione che abbiamo: il cartellino del prezzo.

Co-produttrici e co-produttori possono venire in campo, raccogliere la frutta assieme a noi in un ambiente ricco di biodiversità, acquisire una consapevolezza diretta delle nostre pratiche agronomiche. In cambio, la CSA garantisce un reddito più stabile a noi contadine/i, che in questo modo sapremo già quanto produrre e avremo la sicurezza che i relativi costi verranno coperti.

La declinazione al femminile di Terrestra non è casuale.

Nel nostro gruppo di amici i compiti sono divisi in base alle attitudini; io mi sono assunta la responsabilità della gestione generale. Mi occupo delle potature, dei piani colturali, delle semine, della difesa della piante, della raccolta e della vendita diretta. Essere contadina in un mondo agricolo quasi esclusivamente maschile significa tante cose, a partire dal non trovare indumenti protettivi della mia taglia o attrezzi per la mia muscolatura (un po’ come è accaduto alle astronaute delle NASA per le loro passeggiate spaziali!). A volte, il maschilismo si cela, e neppure troppo, nelle pessime battute che i colleghi si sentono in diritto di farmi. Diventa invece palese nelle associazioni di categoria, dove le donne svolgono unicamente compiti amministrativi e segretariali, mai dirigenziali, in quanto la struttura patriarcale preclude loro l’accesso alle mansioni più elevate della gerarchia lavorativa. Confagricoltura, Coldiretti e CIA hanno creato delle associazioni di donne in cui le contadine possono riunirsi e confrontarsi, dei ghetti separati senza possibilità di interscambio col mondo maschile. Di fatto, il guadagno orario lordo delle donne è più basso di quello maschile, e ancora oggi un’imprenditrice agricola che aspetta un figlio non è tutelata ed è spesso costretta a chiudere, almeno temporaneamente, l’attività.

Alla luce di tutto questo, e nel momento in cui Terrestra ha una componente femminile sempre più rilevante, abbiamo deciso di far diventare femmina il nostro Terrestre, animate da una visione femminista delle nostre pratiche e del mondo agricolo.

Questo significa riconoscerci come esseri ecodipendenti, in cui i beni comuni prevalgano sugli interessi individuali, in cui il lavoro non sia soltanto produzione e accumulo, ma cura e responsabilità condivisa, e in cui ogni soggettività, umana e non umana, più o meno capace e più o meno vulnerabile, possa coesistere senza gerarchie di valore. Una comunità da sostenere e alimentare, dove il nutrimento della vita non dipende dallo sfruttamento di altre vite da parte di soggetti in posizione di privilegio.

Il motto della nostra CSA è Nata dalla terra per un cibo giusto.

 

In queste sette parole è racchiuso il principio che ci guida. Il cibo “giusto” è il cibo che si ottiene senza sfruttamento: dell’ambiente, del suolo, dell’acqua, dei viventi umani e non umani. Il riconoscimento agli animali non umani del diritto a vivere pienamente la loro esistenza come soggetti e non come risorse da sfruttare è un importante tassello che compone la nostra visione ecofemminista e antispecista. Come ricorda Carol J. Adams, nessuna creatura sarà libera fino a che tutte/i non siamo libere/i.

Crediamo sia possibile fare agricoltura abbandonando lo specismo della cultura dominante. Nella coltivazione abbiamo sempre utilizzato derivati di origine vegetale, escludendo derivati animali come letame, pollina, farine di ossa e così via, perché compost, macerati, fermentati, sovescio, corretta gestione del suolo, sono tecniche che permettono di ottenere ottimi risultati e in modo non cruento nel rispetto delle vite animali.

Molti animali sono passati da qui, alcuni di loro vivono con noi, e non potremmo mai pensarli come risorse o strumenti per le nostre pratiche. Ricordo per esempio Alvina, una coniglia da allevamento nata con una malformazione agli arti anteriori, forse la causa del suo abbandono. Alvina ci ha insegnato che la sua “differenza”, la disabilità, è un limite solo per chi la vede come tale. Con noi, lei ha vissuto 5 anni di libertà, affetto ed erba fresca. Una presenza forte, anche in senso letterale, è poi quella di Titiro e Yumma, due montoni sottratti alla macellazione rituale. Piuttosto territoriali, loro non amano né intrusi né visi aggressivi, ma se vengono “grattati” scodinzolano e si appoggiano riconoscenti, con tutto il peso dei loro 90 kg.

La nostra vita è questa, ora. È come se avessimo attraversato uno specchio, dove a riflettersi erano solo i nostri volti umani, e ci accostassimo a quello che ci circonda con sguardo nuovo, non più solo “nostro”.

In questo percorso, la più grande scoperta che abbiamo fatto è che tutto funziona meglio se interconnesso. La natura non dipende da noi, perché noi non siamo gli unici a poter credere di possederla e beneficiarne. L’ecosistema è semmai la nostra società, e questa società si compone di vite altre e differenze, una complessità che Terrestra, CSA ecofemminista antispecista, intende curare, rispettare e valorizzare.Il coraggio non è tanto un atto, quanto l’impegno in un processo.

Articolo pubblicato sul numero 19/2020 della rivista Vivi Consapevole in Romagna e scaricabile qui 

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